I RACCONTI DI MARINA SALUCCI – VENTICINQUEMILA ANNI FA…

Pubblichiamo in anteprima assoluta un racconto tratto dal nuovissimo libro in fase di scrittura di Marina Salucci, che parla dell’amicizia nella storia tra gli uomini e i cani.

Venticinquemila anni fa, nella steppa dei mammuth…

La notte è arrivata in un soffio sulla grande steppa d’oriente. Ma lo sguardo può spaziare nitido sulle praterie senza confine, ché il plenilunio batte forte sulla neve, e la illumina a perdifiato.

Sotto a questo cielo chiaro l’accampamento ferve per i preparativi del cibo. La caccia è stata difficile, gli uomini sono arrivati tardi e stremati. Le donne che li attendevano hanno visto il sole calare e hanno tremato. Per il freddo, per la paura. Forse i mammut dalle grandi zanne hanno avuto la meglio? O forse hanno incontrato altri cacciatori affamati, disposti a tutto per vincersi il cibo, il cibo che è vita per loro e per tutto l’accampamento.

E invece no. Finalmente li hanno visti emergere da lontano, sagome esili nella bruma della lontananza. E poi si sono avvicinati, hanno attraversato il tramonto facendosi più grandi, e con le bestie saldamente sulle spalle. E allora le donne si sono guardate, si sono messe a saltare, a urlare, si sono tirate i capelli l’un l’altra. Erano stremate dalla fame, la fame potente che ti fiacca il corpo, che dai visceri si irradia per tutte le strade, raggiunge ogni meta, e ti tieni in pugno, tutto intorno diventa nebbia insensata, non esiste più niente, né il cielo né la steppa, c’è solo la fame, la morsa che ti scava il corpo.

Ma ora gli uomini sono arrivati, ce l’hanno fatta, hanno affilato bene le loro selci, hanno domato i muscoli e i tendini fino al momento dello slancio, all’unisono tutti quanti, in quella lotta serrata della caccia, in cui la vita dell’uomo è la morte dell’animale, e viceversa, e dunque il sangue deve scorrere.

Ora ci si affacenda intorno alle bestie. Le selci appuntite lavorano. Le erbe sono già pronte. E’ bene far presto. Sanno che la notte chiara è infida, promette luce ma porta gelo. Sotto ai movimenti abili le ossa vanno da una parte e la carne dall’altra. E la vista di quel sangue manda messaggi ai visceri. Ora tutti sanno che le carni saranno sulle braci, il grasso colerà e le farà sfavillare, pregustano il cibo che scende, che sazia, che soddisfa che illumina, la carne che diventa carne, che diventa vita. E il palato, i visceri vuoti, ne sentono già la consistenza, l’estasi che non ha eguali, e si prodigano in secreti di eccitazione. Si levano suoni gutturali, ora acuti, ora bassi, qualcuno sembra essere patrimonio di tutto il gruppo, altri dettati dall’indole di ciascuno. Le carcasse si ammonticchiano oltre le capanne, e le braci ardono. Esiste solo il cibo, solo i denti che macinano, i visceri che lo ricevono, i rumori sono quelli del corpo che lo deve accudire, solo quelli, nessuno presta attenzione ad altro, e le braci continuano a saziare finché l’ultimo pezzo di carne non è stato dilaniato, fino a che le stelle non lasciano posto ad altre stelle.

Nell’accampamento cala il silenzio. Solo la grande faccia della luna riesce a parlare ancora. E’ ora che ognuno si avvii a raggiungere la capanna.

Ed è in quel momento che una donna passa vicina alle carcasse, e intravede qualcosa che si muove oltre gli arbusti di salice. Gli altri non si avvedono di lei, presi dal torpore del sonno e della sazietà. La donna si ferma, gli arbusti si muovono, si profila la sagoma scura di un animale.

Certo questa non è una donna che si prodiga in ragionamenti fini, non pensa e non parla, non ha sviluppato ancora l’intelligenza di cui noi andiamo così fieri, quella che ci fa sentire la specie eletta. Ma ha carismi che noi abbiamo perduto per strada, perché non li abbiamo ritenuti importanti. Questa donna sente. Percepisce anche se le percezioni non diventano parola.

E allora sente che non ha paura. E aspetta.

Sotto la luna dalla grande faccia si profila la sagoma di un lupo grigio. Ne vede il mantello contrastare con la neve, lo vede avanzare lentamente. I lupi che attaccano sono veloci e non danno tregua, perché questo si avvicina con queste zampe di felpa?

Oltrepassa gli arbusti e prosegue. Ora gli può vedere gli occhi. Hanno l’azzurro del ghiaccio, la fierezza della belva, ma non c’è aggressività. Gli occhi parlano agli occhi, e la donna capisce. Il lupo è fiero ma smagrito, il pelo è folto sulle zampe esili, ha coraggio ma ha fame, la stessa fame nera di morte che tanto spaventa questa donna e tutti i suoi. Come può temerlo? E’ arrivato a viso aperto, alla luce della luna.

Il lupo grigio guarda la donna e le carcasse, in questi occhi di ghiaccio azzurro c’è qualcosa che le va a finire dentro, qualcosa che è anche dentro di lei, qualcosa che nel lungo cammino l’uomo vorrà lasciare per strada. Questa donna è animale, l’istinto le pulsa dentro, si muove e sente, percepisce e sa.

Sono le carcasse che vuole il lupo. E’ di quelle che ha bisogno. La caccia è dura, da giorni non mangia. Si guardano ancora, la donna sente una calma dignitosa che emana dagli occhi di ghiaccio. Dunque il lupo si avvia verso il cibo, lo addenta, seleziona, tritura. Poi in silenzio volta il muso, guarda oltre gli arbusti di salice. Con un rumore più lieve del vento arrivano altri lupi. Ora tocca a loro.

La donna aspetta, aspetta che le carcasse siano spolpate, che la carne di un animale diventi carne di un altro, e la vita continui.

E prima che il branco si allontani oltre gli arbusti gli occhi s’incontrano ancora. E’ uno sguardo che parla molte parole, tanto che la donna animale percorre quei pochi metri, si avvicina, mette una mano sulla testa del lupo. E allora si leva un ululato fondo, che non po’ essere più trattenuto, che raggiunge la luna e fa fermare la notte.

Dalle capanne escono gli uomini allarmati, l’ululato è vicino, e sanno bene che i lupi non si arrischiano mai da soli. Corrono là, verso le carcasse, già con le lance in mano.

Ma quello che si presenta loro li fa fermare. Le mani, strette sulle lance, allentano la presa. Ciò che vedono non s’era mai visto nella notte delle steppe d’oriente.

Contro la faccia enorme della luna si profila la sagoma di un lupo. E sopra alla sua testa c’è la mano di una donna. Che cosa fa quella donna? Che cosa fa quel lupo? Che cosa si è sovvertito questa notte? Perché il lupo grigio non ambisce a mostrare le sue fauci, e perché la donna è arrivata fino a lui senza paura?

Presto questi cacciatori avranno bisogno di cercare territori nuovi, dove la caccia sia più lieve, dove abbondino animali ed erbe, dove la morsa scura della fame sia soddisfatta prima di far diventare le membra smunte.

Ma ovunque andranno, ci sarà qualche lupo dagli occhi celesti che li seguirà. Forse una parte esigua, che molti nel branco nulla vogliono dall’animale uomo, arrivato per ultimo e che sgomita per diventare il primo. Ma quelli che seguiranno gli accampamenti non mostreranno più le fauci. Non saranno più lupi all’uomo.

Questi animali saranno cani.

Pubblicato da limontenews

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