WEEK-END DI GARE AL GOLF CLUB SANT’ANNA DI COGOLETO

Lo sport non va in vacanza a Ferragosto, al Golf Club Sant’Anna di Cogoleto un week-end estivo ricco di gare con la Coppa di Ferragosto e il Best 18 – Memorial Eleonora Dulio.

Si incomincia domani con la Coppa di Ferragosto, una gara su campo da diciotto buche con formula Stableford e formula di gioco 4 palle la migliore. Saranno premiate la prima coppia classificata Lordo, la prima e seconda coppia classificata Netto, la prima coppia classificata Lady e la prima coppia classificata Senior.

Nella giornata di domenica sarà la volta del Best 18 – Memorial Eleonora Dulio, una gara su campo da diciotto buche con formula Stableford e formula di gioco a tre categorie, saranno premiati il primo classificato Lordo, il primo e secondo classificato Netto di categoria e la prima classificata Lady e saranno previsti dei premi speciali. Il Golf Club Sant’Anna di Cogoleto organizza, per lunedì, la Cena di Ferragosto, a partire dalle ore 19 e 45 con un menù composto da trofie al nero, stracciatella e gamberi, millefoglie di pescato, sorbetto al mango, vino delle Cantine Astoria, acqua e caffè accompagnati dalla musica dal vivo a cura del Surya Vintage Band. Il costo della cena è di 40 Euro a persona.

Per tutte le informazioni e la prenotazione delle gare e della cena si può contattare direttamente il Golf Club Sant’Anna di Cogoleto telefonando, per le gare ai numeri 010-9135322 o 345-7178166 o inviando una mail a info@santannagolf.com, per la prenotazione della cena al numero 010-9135203.

QUANDO A VENEZIA FU INVENTATO IL GHETTO

Foto scattata dall’autore all’antico Ghetto di Venezia

Un nuovo appuntamento con le gocce di storia moderna di Gustavo Vitali, autore del romanzo Il Signore di Notte, un giallo storico ambientato nella Venezia del Seicento, all’epoca del massimo splendore della Repubblica Serenissima. In questo capitolo si parla della nascita del ghetto ebraico.

Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel resto d’Europa che gli ebrei trovarono a Venezia.

Le prime comunità in terraferma

Pare che una prima testimonianza della presenza ebraica nel territorio veneziano risalga al 932 a Mestre dove nel 1152 si censirono circa milletrecento membri. Invece, recenti studi hanno confutato la presenza degli ebrei nell’isola della Giudecca, come erroneamente e a lungo ritenuto. Infatti il nome non deriva da “giudeo”, ma da “zudecá”, cioè “giudicati” in veneziano, perché sull’isola venivano confinati i patrizi giudicati colpevoli di reati minori verso la Serenissima.

Da Mestre gli ebrei si recavano a Venezia per i loro commerci ed esercitavano anche la tradizionale attività di prestare denaro. Infatti, siccome tra cristiani era vietato esigere interessi sul denaro prestato, difficilmente chi ne aveva bisogno trovava un prestatore. Quindi questo lavoro “sporco” per i cristiani era stato lasciato ai giudei. Per altro costoro non erano considerati cittadini della Serenissima e nel 1298 venne imposta loro una tassa specifica del 5% sull’attività commerciale e stabilito un tetto massimo del 10% al tasso d’interesse sul denaro prestato.

Nel 1384 agli ebrei era stato concesso il soggiorno a Venezia per quindici giorni ogni quattro mesi, ridotti poi a quindici l’anno. Tuttavia l’imposizione non era stata applicata sempre con rigore, motivo per cui se ne trovavano un poco ovunque in città anche se in numero sparuto.

Foto scattata dall’autore all’antico Ghetto di Venezia

Dopo il 1509: conseguenze della guerra di Cambrai

Poi era venuta la disfatta di Agnadello, nel maggio del 1509, e le cose erano cambiate.

Gli eserciti della Lega di Cambrai promossa da papa Giulio II con gli Asburgo, Francia, gli Este, i Gonzaga, i Savoia, il re di Napoli erano giunti a un passo dalla laguna. In fuga dagli invasori, gli ebrei di terraferma avevano ottenuto temporaneo rifugio in città.

In seguito le cose si erano messe meglio e, man mano che le armate venete avevano liberato i territori occupati dai nemici, erano stati rimandati a casa, ma non tutti avevano lasciato Venezia.

Nel frattempo la guerra, benché vinta, aveva consumato fino all’ultimo spicciolo delle casse statali e la necessità aguzzò l’ingegno. Qualcuno aveva osservato che quella gente avrebbe potuto rendere allo stato più di quanto aveva fatto fino ad allora standosene in terraferma.

Tempi di dialogo e di … tasse

Era così iniziato il difficile dialogo tra le comunità giudaiche e le magistrature preposte al loro controllo, gli Ufficiali al Cattaver in primo luogo, ma anche i Savi alla Mercanzia e l’onnipresente Consiglio dei Dieci ci avevano messo del loro. Verso la metà del 1513 quest’ultimo aveva stipulato un primo accordo, diventato definitivo tre anni dopo.

In cambio di questa “condotta” era stato richiesto il versamento di una imposta salata alla quale i giudei avevano fatto fronte pur lagnandosi. Erano stati loro permessi il commercio in roba usata, la “strazzaria”, però tramite intermediari cristiani, e la professione medica nella quale era nota la loro competenza. A questi ricorrevano anche i cristiani a dispetto della proibizione ecclesiastica, ma la salute, se non la pelle, era evidentemente più importante dell’osservanza delle regole.

Agli ebrei era stato imposto di gestire i banchi di prestito su pegno con l’occhio vigile dello stato a controllare che i tassi praticati non sconfinassero nell’usura, cosa tutt’altro che rara. Vietate le attività manifatturiere riservate alle arti e alle corporazioni alle quali non erano ammessi. Gli ebrei avrebbero potuto vendere, non produrre, ma talvolta si era chiuso benevolmente un occhio, come nel caso dei bottoni in osso d’animale, bottoni di poco prezzo che i giudei producevano senza far troppo chiasso.

L’istituzione del ghetto

Sancito l’accordo, il governo aveva preso le sue brave precauzioni affinché gli ebrei non si spargessero ovunque, magari in coabitazione con i fedeli di Santa Madre Chiesa, e girovagando “zorno e note dove li piace… con offension gravissima di la Maestà Divina”, come qualcuno aveva detto. Sicché i cancelli della segregazione si erano chiusi alle loro spalle quando una legge del 1516 aveva prescritto per i giudei l’obbligo di “andar immediate ad Habitar unidi in la corte de’ case che sono in Geto appresso San Hironimo, luogo capacissimo per sua habitatione”.

Era stato così istituito il primo ghetto in contrada San Girolamo, zona dove un tempo venivano gettati gli scarti della fusione dei metalli, secondo alcuni, oppure dove avevano funzionato delle fonderie per la costruzione di bombarde, secondo altri. Il “geto” sarebbe stato il colare del metallo fuso, oppure il “getar” gli scarti. Invece, per altri ghetto sarebbe derivato da “ghettare”, cioè affinare il metallo con la “ghetta”, un ossido di piombo piuttosto tossico.

I primi a trovare alloggio in Ghetto Nuovo erano stati gli “Ebrei Aschenaziti”, cioè tedeschi. Costoro avevano storpiato il termine veneziano “geto” in “gheto” a causa della pronuncia della “g” dura propria della lingua germanica. Da questo al vocabolo “ghetto” sarà un passo breve e da allora il termine varrà per tutto il mondo e per sempre.

Regolamentazione del ghetto

Il ghetto aveva le sue leggi, precise, severissime: due porte, l’una presso “un ponteselo piccolo e similmente dall’altra banda”, aperte all’alba al suono della Marangona, cioè una delle campane di San Marco che chiamava al lavoro i “marangoni”, cioè i falegnami dell’Arsenale, e chiuse al tramonto; multa di cento lire, raddoppiata e poi quintuplicata, più due mesi di cella, a chi persisteva nel chiedere permessi per uscire durante la notte; a guardia delle porte quattro custodi residenti in loco, cristiani, senza famiglia e scelti dal governo, ma pagati dagli ebrei senza curarsi dell’umiliazione per il recluso obbligato a mantenere il proprio carceriere; murate le rive dei canali e tutte le porte e finestre che davano su questi con due barche di ronda per un vigile controllo, sempre a spese dei relegati; permessa un’osteria e dapprima vietate le sinagoghe che saranno autorizzate in seguito; nessuna esenzione all’obbligo di soggiorno nel ghetto neppure dietro pagamento; facoltà di uscita notturna per i ricercatissimi medici giudei, previa consegna ai guardiani della lista dei loro impegni, trasmessa poi agli Ufficiali al Cattaver che si sarebbero premurati di “diligente inquisition se l’è vero che siano stati a li lochi dicti”.

Le porte del ghetto “Nuovo”, che nel frattempo erano diventate quattro con l’aggiunta dei ghetti “Vecchio” e “Nuovissimo” e senza che nessuno si stupisse se qualcosa di “nuovo” fosse preesistito a qualcos’altro di vecchio, saranno definitivamente aperte nel maggio del 1797 da un generale francese, Napoleone Bonaparte.

Con il tempo le regole erano diventate più miti: dopo il permesso per le sinagoghe, sul finire del XVI secolo era stato concesso il funzionamento di una tipografia. Si era sorvolato su qualche piccola attività artigianale alla faccia del divieto di produrre alcunché. Avevano goduto di qualche privilegio suonatori, maestri di musica, di canto e letterati.

Foto scattata dall’autore all’antico Ghetto di Venezia

Allargamento del ghetto e nuovi accoglimenti

Il Ghetto Nuovo si era allargato e poi congiunto al Ghetto Vecchio, istituito su iniziativa dei Savi alla Mercanzia per far posto ai Levantini, ebrei espulsi dalla penisola iberica nel 1492.

Costoro erano così chiamati perché prima di emigrare a Venezia avevano trovato rifugio nell’Impero Ottomano. Il governo li aveva accettati nella prospettiva che rafforzassero il commercio con l’Oriente danneggiato da guerre e altri guai occorsi nella prima metà del Cinquecento. Ogni tanto c’era stata anche della tolleranza, soprattutto quando di mezzo c’erano fior di zecchini.

Alla fine del secolo ai Levantini si erano aggiunti i Ponentini, i discendenti degli ebrei spagnoli e portoghesi che avevano evitato la cacciata con il battesimo, ma erano finiti braccati dalla Santa Inquisizione per il sospetto di praticare il giudaismo in segreto, cioè di essere “vili marrani”. Come quelli di un secolo prima, se ne erano andati anche loro prima in terra turca e in altre città italiane, infine a Venezia.

L’urbanistica nei ghetti

L’istituzione dei ghetti aveva imposto anche una questione urbanistica. Gli spazi ristretti avevano spinto a innalzare immobili fino a otto piani. Per alleggerire il peso di tali costruzioni poggiate su infidi terreni sabbiosi le pareti esterne erano piuttosto sottili, quelle interne in legno, i soffitti molto bassi. Per sfruttare ogni spazio interno disponibile, le scale giravano all’esterno degli edifici con una disinvoltura che teneva conto solo del profitto, tanto che furono chiamate “scale matte”.

Al pianterreno erano posti i magazzini degli straccivendoli e i banchi dei pegni che prendevano nome dal colore delle ricevute rilasciate: banco rosso, banco verde, ecc. Ai tempi del primo insediamento degli ebrei tedeschi erano stati quantificati in una decina, poi erano cresciuti di numero dietro esborso di diecimila ducati per ottenere il permesso dalle autorità sempre pronte ad allungare le mani nelle scarselle dei giudei.

Poiché agli ebrei non era concesso possedere case, certuni avevano goduto di ampi vantaggi ad affittare loro alloggi infliggendo canoni superiori anche di un terzo rispetto a quelli di mercato.

La forza del ghetto

Il ghetto rinchiudeva, ma anche proteggeva. Venezia di notte per un ebreo poteva diventare pericolosa, una città che covava un rancore spesso manifesto nei confronti degli uccisori del Cristo, come ovunque nella cristianità. E se non era questo il motivo, c’era il risentimento di chi si era indebitato con qualche banchiere ebreo a interessi che non sempre rispettavano i limiti di legge.

Perfino la sepoltura dei defunti di fede ebraica non era rispettata dai cristiani: impensabile tumularli in terra consacrata, nel 1386 era stato concesso loro di acquistare un terreno a San Nicolò di Lido come cimitero, teatro peraltro di frequenti profanazioni. Per lo più le barche che traslavano le salme dal ghetto verso l’estrema dimora e i loro accompagnatori erano oggetto di insulti, scherni, minacce, lanci di immondizie, pitali e tutto un corollario di bravate con le quali il popolino sfogava il suo rancore nei confronti del popolo di Mosè. Proprio non si riusciva a dimenticare quella croce sul Calvario.

Solo nel 1668, a spese della comunità giudea, fu autorizzato l’escavo del “canale degli hebrei” per facilitare il transito dei cortei funebri verso il cimitero sottraendoli agli insulti della plebaglia.

Rinnovo delle “condotte”

Se quasi inesistenti agli inizi del Cinquecento, il numero totale degli ebrei residenti in città crebbe con gli accoglimenti di Levantini e Ponentini. Circa settecento nel 1516 all’apertura del primo ghetto, più che raddoppiato quindici anni dopo, sceso a 1043 per le pestilenze nella seconda metà del secolo, il numero si era impennato in 1694 nel 1586.

Al periodico rinnovo delle condotte si apriva puntualmente un capitolo doloroso per le borse dei giudei, con l’introduzione di clausole sempre più vessatorie che avevano finito con il soffocare i banchi dei prestiti su pegno. Per altro nel corso del Cinquecento non se l’erano cavata meglio le stesse banche dei cristiani travolte da difficoltà economiche. Si era così giunti alla revisione degli accordi con la comunità ebraica. Il gravoso tributo era stato abolito, ma in cambio gli ebrei si erano dovuti accollare una volta per tutte la gestione dei banchi dei pegni, un’attività inevitabilmente in perdita e che nascondeva sotto sotto della buona usura a dispetto del rigido controllo.

Invece avevano fatto un buon affare quei ricchi patrizi ai quali si rivolgevano gli ebrei quando restavano a secco di denaro, perché in questo caso era consentito ai cristiani percepire interessi da chi cristiano non era.

Da straccivendoli a ricchi mercanti

Nel contempo la “strazzaria” si era trasformata in un’attività ben più lucrosa di quanto il nome avrebbe lasciato intendere. Poi verso il 1590 erano stati ammessi al grande commercio con il Levante, attività tradizionalmente riservata a patrizi e cittadini. I capitali veneziani si andavano progressivamente ritirando dai commerci per essere investiti in terraferma, lasciando un vuoto assolutamente da colmare.

I risultati non si erano fatti attendere: sei anni dopo l’ambasciatore di Costantinopoli informava il governo che due terzi del commercio con la capitale turca era in mano a mercanti ebrei e Francesco Sansovino aveva annotato che essi “per il negotio sono opulentissimi”.

Le “nationi” e l’autogoverno della comunità

La comunità era retta da un “Capitolo”, o Consiglio degli Ebrei, una sorta di autogoverno dal quale, tuttavia, tutti tentavano di defilarsi e avevano le loro brave ragioni. Infatti, a questo consesso era stato affidato il fastidioso incarico di mantenere i rapporti con le autorità, incarico mai facile e dagli esiti spesso oggetto di lamentele da parte della comunità suddivisa in quattro “nationi”: tedesca, italiana, ponentina e levantina. Ciascuna aveva la propria assemblea per occuparsi degli affari religiosi e la propria sinagoga con funzioni celebrate secondo i rispettivi riti. Le questioni più delicate, come quella riguardante le imposte da versare allo stato, erano demandate a un’assemblea generale di circa ottanta membri.

Degli anni successivi al 1605 francamente so poco in quanto mi sono occupato degli ebrei veneziani e del ghetto in modo funzionale al giallo Il Signore di Notte, nome mutuato da una magistratura veneziana di sei membri incaricati di mantenere l’ordine pubblico in città. In pratica magistrati e insieme capi di una delle polizie che operavano nella Serenissima.

Gustavo Vitali

www.ilsignoredinotte.it/ghetto.html

BUONGIORNO DOLCETTO, A CARPENETO IL FERRAGOSTO ARRIVA IN MUSICA TRA LE VIGNE

Le mattinate estive, caratterizzate dal clima piuttosto mite e dal fascino della rugiada sull’erba e del sole nascente, sono lo scenario perfetto per inaugurare il Ferragosto in musica con Buongiorno Dolcetto in programma a Carpeneto.

L’appuntamento sarà alla Tenuta Cannona di Ferragosto dove, nell’ambito del Festival Sconfinamenti, organizzato dall’Enoteca Regionale di Ovada e del Monferrato, dalla Fondazione Agrion Agricoltura Ricerca Innovazione e dal Comune di Carpeneto, a partire dalle ore 4 e 30 del mattino ci sarà la partenza a piedi dal Cimitero di Rocca Grimalda, organizzata dalla Sezione CAI di Ovada, che accompagnerà i partecipanti, per arrivare al concerto in programma alle ore 5 e 30 a cura dell’Orchestra Classica di Alessandria con Margherita Succio al violoncello e diretto da Andrea Oddone, direttore d’orchestra molto noto per aver diretto diverse edizioni del Concerto di Ferragosto della Rai.

Il Ferragosto alle prime luci del mattino, con l’esperienza unica delle emozioni dell’alba estiva e della musica tra le vigne, sarà raggiungibile anche con mezzi propri, l’evento è a partecipazione gratuita. La prenotazione è consigliata tramite lo IAT di Ovada al numero di telefono 0143-821043 o inviando una mail a iat@comune.ovada.al.it, per la passeggiata sono necessarie scarpe con suola scolpita e lampada frontale o torcia.

IL PREMIO FRANCESCO CILEA CITTA’ DI VARAZZE ALLA SOPRANO CARMEN LAVANI

Questa sera alle ore 21 e 15 in Piazza Sant’Ambrogio, nell’ambito della tredicesima edizione del Festival Varazze è Lirica, iniziato il 15 luglio e che andrà avanti fino a settembre, si terrà una serata molto particolare e particolarmente accattivante per gli amanti della grande musica lirica, Varazze è Lirica è organizzato dal Coro Polifonico Beato Jacopo da Varagine con il patrocinio del Comune di Varazze.

Nel corso della serata sarà assegnato il prestigioso Premio Francesco Cilea alla carriera, che verrà consegnato al soprano Carmen Lavani, conosciuta dagli audiofili di tutto il mondo come Il Soprano che visse due volte, soprannome nato in omaggio alla sua evoluzione da soprano leggero a lirico drammatico, di ispirazione verdiana, avvenuto negli anni Ottanta. Carmen Lavani è un’artista che, con la sua tecnica e la sua sensibilità stilistica, ha scritto pagine indimenticabili della vita musicale italiana ed internazionale.

La direzione artistica del Festival Varazze è Lirica tributa quindi a Carmen Lavani un omaggio particolare e molto sentito, grazie anche al fatto che la soprano è stata una delle protagoniste più assidue del Teatro Margherita di Genova negli anni Settanta e Ottanta, interpretando, tra gli altri Il Cavaliere della Rosa di Richard Strauss, il Pipistrello di Johann Strauss, Le Nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart e il Don Pasquale di Gaetano Donizetti. Il concerto di questa sera sarà una grande festa in onore a Carmen Lavani e sarà animato dalla partecipazione di alcuni importanti artisti, molto conosciuti dal pubblico locale, come il tenore Silvano Santagata, il basso Riccardo Ristori, il mezzosoprano Giada Venturini e il pianista Massimo De Stefano.

Il Premio Francesco Cilea Città di Varazze è un appuntamento prestigioso nell’ambito della vita culturale della città rivierasca ed ha visto, nel corso delle dodici edizioni precedenti, assegnare il premio a nomi importantissimi del mondo della lirica quali Raina Kabaivanska, Luciana Serra, Ottavio Garaventa, Renato Bruson, Mirella Freni, Renata Scotto e molti altri ancora.

PERCORSI IMMAGINARI, LA MOSTRA DEL CIRCOLO MARIO FERRARI AD ACQUI TERME

Nella giornata di domani apre i battenti a Palazzo Chiabrera di Acqui Terme la mostra di pittura dal titolo Percorsi Immaginari.

L’esposizione è organizzata dal Circolo Artistico Mario Ferrari ed è una mostra collettiva delle opere realizzate dai soci del sodalizio, la mostra, che ha il patrocinio ufficiale del Comune di Acqui Terme, rimarrà visitabile dal pubblico fino a domenica 28 agosto tutti i giorni dalle ore 18 alle ore 20 e il venerdì e sabato anche dalle ore 21 alle ore 23 con chiusura il lunedì, sempre con ingresso libero.

Il Circolo Artistico Mario Ferrari di Acqui Terme è stato fondato nel 1994 grazie all’iniziativa di dodici soci ed è dedicato alla memoria di Mario Ferrari, grande maestro del ferro acquese. Nel corso degli anni ha organizzato numerose mostre personali e collettive sia dei soci che di artisti di fama nazionale appartenenti ai generi più diversi dell’arte.

AGRITURIST ALESSANDRIA, L’ESTATE 2022 IN CAMPAGNA ALL’INSEGNA DELLA NATURA E DEI RITMI LENTI

Gli agriturismi italiani stanno facendo il pieno questa estate grazie al mix vincente, dalla riscoperta della ruralità e delle vacanze di prossimità insieme al ritorno degli stranieri come sottolinea Agriturist Alessandria.

Sono moltissime le strutture che sono già al completo, sono state premiate le imprese che, insieme alla piscina, alla prima colazione e alla ristorazione organizzano una serie di attività come il trekking, le passeggiate a cavallo, la ciclo-bike o le esperienze enogastronomiche come le lezioni di cucina e le degustazioni.

Il Presidente di Agriturist Alessandria, Franco Priarone, ha spiegato: “Gli italiani non hanno rinunciato alle vacanze e, facendo molta attenzione al portafoglio, hanno scelto il contatto con la natura e la bellezza delle campagne. Secondo l’Enit ben un italiano su cinque ha optato per la vacanza outdoor. Complici anche gli scioperi aerei, gli stranieri hanno scelto l’automobile per spostarsi. Così oltre a scoprire durante il percorso quella che, a torto, viene definita l’Italia minore, è cresciuto l’apprezzamento per l’Italia rurale, tanto che il 10% degli agriturismi comincia ad avere già prenotazioni per l’estate 2023”.

Agriturist conferma che la tendenza dello scorso anno, con ricavi stabili se non in crescita rispetto all’anno precedente, è confermata e destinata ancora a crescere, così come la quota di mercato dell’intero settore turistico per quanto riguarda sia gli ospiti che i pernottamenti nonché una crescita dei turisti esteri rispetto allo scorso anno di circa il 15 per cento, con punte del 35 per cento grazie al ritorno degli americani e all’arrivo massiccio di turisti dalla Francia, dal Benelux e dal Nord Europa. Agriturist, associazione che riunisce gli agriturismi di Confagricoltura, spiega che molto dipenderà dagli imprenditori e dalla capacità di innovarsi, così come dalle Istituzioni e dal saper valorizzare, grazie anche all’utilizzo virtuoso dei fondi del PNRR l’Italia agricola.

BRONZO PER L’ITALIA AI CAMPIONATI EUROPEI DI PARAPENDIO

Foto dal sito di Gustavo Vitali http://www.gustavovitali.it

Il Campionato Europeo di Volo Libero in Parapendio, che si è chiuso a Nis, in Serbia, ha visto il dominio assoluto della Francia nelle due settimane di gare.

I piloti e le pilote francesi hanno infatti lasciato solamente le briciole al resto d’Europa e, in alcuni casi, nemmeno quelle. Le sei task disputate in dieci giorni, sulle distanze comprese tra i 72 e i 101 chilometri, la squadra nazionale francese ne ha vinte ben cinque mentre le restanti quattro sono state cancellate per condizioni meteo avverse.

Lo strapotere della squadra francese si è confermato nell’individuale, con addirittura sei piloti d’Oltralpe nei primi sette posti, con l’unica eccezione del nostro Denis Soverini, buon sesto e migliore degli azzurri in gara. La medaglia d’oro è stata vinta da Luc Amant, davanti a Maxime Pinot argento e Honorin Hamard bronzo. Tutte francesi anche le medaglia assegnate con la neonata classifica Junior mista uomini e donne con Lois Goutagny al primo posto, Simon Mettetal al secondo e Meryl Delferreire al terzo. Nel femminile le uniche due francesi in gara, Meryl Delferriere e Constance Mettetal si sono classificate prima e seconda davanti all’austriaca Elisabeth Egger.

La squadra italiana, guidata dal Commissario Tecnico Alberto Castagna, ha agguntato all’ultimo volo la medaglia di bronzo a squadre, dietro alla Repubblica Ceca e, ovviamente la Francia, che si è riconfermata Campione d’Europa. La squadra francese era composto da Silvia Buzzi Ferraris, Cristian Biasi, Marco Busetta, Joachim Oberhauser, già Campione del mondo nel 2019 e Denis Soverini. Gli altri italiani in gara erano Alberto Vitale, Paolo Facchini, Michele Boschi, Marco Valentini e Marco Littamè. I Campionati Europei di Parapendio hanno visto centotrenta piloti provenienti da trenta nazioni, l’Italia ha vinto le edizioni del 2004 e del 2010, mancando di un soffio il titolo nel 2018.

IL TEATRO NELLA STORIA – IL TEATRO RINASCIMENTALE

Terzo appuntamento con la rubrica Il Teatro nella Storia a cura di Arianna Ilardi, dopo aver parlato del teatro dell’Antica Grecia e dell’Antica Roma e dell’evoluzione del teatro nel Medio Evo questa volta arriva uno dei periodi più ricchi e interessanti in assoluto: il Rinascimento.

Il Rinascimento costituisce l’età dell’oro della commedia italiana, sia per il recupero e la traduzione nelle diverse lingue volgari, sia per il recupero di testi teatrali classici da parte degli umanisti. I generi che si svilupparono furono, oltre alla commedia, la tragedia, il dramma pastorale e, solo dopo, il melodramma. Tuttavia continuò anche la tradizione medioevale della sacra rappresentazione.

Niccolò Machiavelli, fiorentino, fu uno dei commediografi più importanti del Rinascimento e la sua commedia “La mandragola”, rimane un unicum per espressività e inventiva: i temi sono quelli della realtà quotidiana, senza nulla in comune con la tradizione classica. Fra i primi commediografi molti erano di Firenze: ricordiamo Poliziano, Grazzini, Benedetto Varchi, Raffaello Burghini. Anche il giovane Lorenzino de’ Medici scrisse una commedia. Fra gli intellettuali al servizio delle corti ricordiamo Ludovico Ariosto che, presso la corte Estense di Ferrara scrive, oltre all’ “Orlando furioso”, alcune divertenti commedie. A Roma, invece, Pietro Aretino scrive le sue pasquinate, ma anche commedie come la “Cortigiana”, in cui sono presenti molte trasgressioni linguistiche e sceniche. In questa città, per la prima volta, il teatro è sostenuto dal potere papale, solo perchè lo stesso ne intravede la potenza a scopi politici. Tuttavia a Roma il teatro rinascimentale non ha artisti al pari delle altre corti italiane.

Tra i generi letterari dialettali ricordiamo la farsa cavaiola, che ha la sua fioritura tra la fine del XV secolo e il XVI: di questa produzione, tuttavia, non è rimasto quasi nulla. Il genere è incentrato sull’archetipo farsesco del cavaiuolo, ovvero uno stolto abitante della città di Cava, immaginato dai salernitani nei suoi tratti più grossolani e caricaturali. Così il carattere del cavaiolo diviene l’archetipo del tipico “popolano sciocco”. La farsa cavaiola è stata definita uno dei “momenti capitali della storia della farsa nell’Italia rinascimentale”, insieme ad altre espressioni letterarie come la commedia veneziana, i mariazzi padovani e quelle tipiche del senese.

Nello stesso periodo il teatro nella repubblica veneziana si sviluppa in dialetto con la Commedia dell’Arte, le sue maschere e le sue invenzioni mimiche e gestuali. Abbiamo infatti un’opera datata 1535- 1537, anonima, in dialetto veneziano, dal titolo “La venexiana” che dimostra la maturità del teatro della città lagunare. Il Ruzante, che lavora alla corte padovana, introduce nel teatro italiano, espresso fino a quel momento in latino o in volgare fiorentino, l’uso del dialetto. Inoltre alla corte di Padova si fecero costruire apposite scenografie per queste commedie.

La commedia cinquecentesca ha una svolta nel 1582, quando a Parigi è pubblicato il Candelaio di Giordano Bruno, ricco di anomalie e trasgressioni. A quel punto, nel tardo cinquecento, il panorama è contaminato da professionisti affermati sia presso le corti italiane che quelle francesi: ci sono personaggi della commedia dell’arte ormai consueti e noti al pubblico.

Nel Rinascimento si presenta anche il dramma pastorale: questo ha un’origine decisamente classica in quanto si ispira a Virgilio. Torquato Tasso scrive “Aminta”, capolavoro di questa tipologia letteraria, non solo per la fortuna editoriale e teatrale, ma soprattutto per la sua influenza sulla drammaturgia europea, e sul melodramma seicentesco.

Tutti questi testi teatrali sono rappresentati da giovani dilettanti riuniti in Compagnie. La professionalità dell’attore, sebbene il ruolo esistesse già dal tempo dei giocolieri di piazza e dei buffoni di corte, non sempre è riconosciuta. Tuttavia si sviluppò con progressi notevoli, sia dal punto di vista dell’interpretazione che da quello dell’allestimento scenico, spesse volte a carico delle Compagnie girovaghe. Abbiamo testimonianza di una Compagnia di attori professionisti in un atto notarile del 1545.

Nel corso del XVI secolo si hanno i primi esperimenti che avrebbero portato alla nascita del genere più rivoluzionario del teatro italiano: il melodramma. Nel palazzo fiorentino di Giovanni de’ Bardi si riuniva, infatti, un gruppo di intellettuali, chiamato poi Camerata dei Bardi: il gruppo cerca di riproporre l’antica tipologia del “recitar cantando”, riconducibile al teatro greco classico, dando così vita a quello stile che poi si sarebbe affermato nei secoli successivi grazie ad autori come Claudio Monteverdi e Metastasio e, nell’ottocento, con Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini.

All’inizio del cinquecento le rappresentazioni avvenivano esclusivamente in luoghi privati, come giardini e saloni, come il Salone dei Cinquecento nel palazzo della Signoria a Firenze, adattato a teatro dal Vasari. Proponendo dei testi greco-latini si cominciarono a costruire spazi adatti a contenere scenografie, spesso anche complesse: così accadde a Padova, ma soprattutto a Vicenza con il Teatro Olimpico di Palladio. A Sabbioneta è costruito, per il palazzo Ducale, un teatro detto all’antica: è il precursore del teatro all’italiana. A Roma addirittura il Foro e Castel sant’Angelo diventano luoghi atti alle rappresentazioni. La riscoperta e la valorizzazione degli antichi classici da parte degli umanisti permisero lo studio delle opere teatrali non solo dal punto di vista drammaturgico, ma anche dal punto di vista architettonico. Architetti, pittori e trattatisti si rifanno così ai modelli classici greco-romani e cercano ispirazione in Vitruvio negli aspetti teatrali del suo trattato sull’architettura romana.

La Chiesa considera sempre immorali le Compagnie teatrali per il loro girovagare. Spesso anche le rappresentazioni sacre, peraltro già presenti nel medioevo e ormai contaminate da elementi profani, non erano ben viste. A Milano furono concessi in affitto i primi locali per le loro esibizioni: ciò si può considerare una premessa e una promessa per i teatri cittadini del settecento, oltre che una stabilizzazione geografica e artistica per le Compagnie. A Venezia alla fine del XVI secolo si affermano i teatri privati a pagamento, formalmente aperti ad ogni classe sociale, e comunque non più esclusivo appannaggio della nobiltà e dell’ alta aristocrazia. Questa imprenditoria teatrale si sviluppa a Venezia più che altrove, ma si sarebbe affermata nel secolo successivo con la lunga stagione della Commedia dell’Arte. Il diffondersi di questi teatri fa sì che nel resto di Italia sorgano le Accademie, con il fine di gestire questi nuovi spazi teatrali, non più riservati ad un pubblico elitario.

Arianna Ilardi

Il Teatro Greco e Romano: https://limontenews.wordpress.com/2022/07/15/il-teatro-nella-storia-le-differenze-tra-il-teatro-greco-e-romano/

Il Teatro Medievale: https://limontenews.wordpress.com/2022/07/25/il-teatro-nella-storia-il-teatro-medievale/

FINALE LIGURE HA CONFERMATO LA BANDIERA LILLA

Anche per quest’anno Finale Ligure ha confermato la Bandiera Lilla, il riconoscimento che viene consegnato ai Comuni che mettono al centro l’attenzione e l’accoglienza dei turisti con disabilità. Il riconoscimento è andato anche ad altri Comuni della Riviera di Ponente quali Albissola Marina, Spotorno, Pietra Ligure e Loano.

Essere un Comune certificato con la Bandiera Lilla significa avere una serie di servizi e progetti che superano gli obblighi di legge e che sono volti a favorire l’accoglienza dei turisti con disabilità di tipo motorio, visivo, auditivo e patologie alimentari. La Bandiera Lilla certifica la particolare attenzione e sensibilità che i Comuni e, in futuro, anche gli operatori privati, hanno verso il turismo disabile, mettendo in particolare l’accento sulla disabilità motoria, visiva, auditiva e le patologie alimentari. La Bandiera Lilla da una spinta a migliorare l’esistente, fornendo anche delle informazioni e del supporto, creare una rete di lavoro comunale o intercomunale, favorendo l’accessibilità turistica che va a vantaggio dei disabili e non residenti sul territorio.

La Bandiera Lilla è anche un supporto ai Comuni che vogliono ottenere il riconoscimento, attraverso l’indicazione di iniziative realizzabili e con le modalità di accesso ai fondi di finanziamento pubblico nazionale ed europeo, con un sostegno costante alla promozione dei servizi offerti dai Comuni e dalle attività certificate con una diffusione capillare delle informazioni sui canali preferenziali dei potenziali utenti, nonché un supporto per favorire l’incrocio tra la domanda di turismo accessibile o inclusivo e l’offerta dei Comuni e delle strutture ricettive del territorio. La Bandiera Lilla è una scelta di marketing ben precisa, rivolta ad un mercato che, solamente per la disabilità motoria supera tra Europa e Nord America, un potenziale di oltre trenta milioni di utenti.

LUCA VALENTINI PRESENTA A CELLE LIGURE IL SUO NUOVO LIBRO “SIRENE”

Una serata di incontro con l’autore domani a Celle Ligure dove, nello Spazio Espositivo della Biblioteca Civica Pietro Costa, sarà ospite Luca Valentini che presenterà il suo nuovo libro dal titolo Sirene.

L’appuntamento è alle ore 21 alla presenza dell’autore, che presenterà questo libro dedicato al fascino delle regine del mare tra storia e leggenda. Le Sirene sono, da sempre, uno degli enigmi più affascinanti del mare, capaci di stuzzicare l’interesse degli uomini fin dall’antichità. Ulisse le incontrò nel corso dell’Odissea, mentre Cristoforo Colombo, narrano le leggende, sembra che ne avvistò tre mentre navigava verso le Americhe, Barnum, l’inventore del circo spettacolo, ne espose una nel suo museo di New York!

Le Sirene sono da sempre la croce e la delizia dei marinai, irretiti dal loro canto soave ma mortifero, e appartengono da secoli al retaggio culturale di ogni popolo: dalla Ningyo giapponese alla dea greca Atargatis fino alle più conosciute Partenone e Leucosia, abbiamo imparato ad apprezzare queste creature dolci e bellissime, grazie alle favole e ai racconti ma, come spesso accade, la realtà è molto diversa dalla fantasia.

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