I RACCONTI DI MARINA SALUCCI – L’ALTRA CITTA’ (TERZA PARTE)

Il racconto a puntate sulla storia di Isolina, una ragazza in visita ad un parente ricoverato in un ospedale psichiatrico

Seconda parte del racconto a puntate di Marina Salucci che ci parla della storia di Isolina, una ragazza che si reca in visita in un Ospedale Psichiatrico dove è ricoverato Walter, un suo parente, e che scoprirà un mondo di cui non era a conoscenza.

L’ALTRA CITTA’ – Terza parte

La signorina si fermò poi ad una porta che pareva di legno ancora più bello, ancora più levigato, al centro della quale c’era una targa un po’ più grande delle altre, su cui era scritto “Walter Badini”.

Ecco, era la stanza dello zio, che trattamento, vide l’altra premere un pulsantino, avvicinarsi ad una specie di citofono.

–Siamo arrivate, disse, e la porta si aprì.

Né letti né alcunchè di simile vide Isolina: dentro alla grande stanza dalle piacevoli vetrate stavano due scrivanie, una con un computer, l’altra con volumi ed aggeggi vari. C’era poi una vetrinetta dove erano esposti alcuni anelli ed altri monili dalle pietre lucenti (che strana cosa, pensò Isolina) e qua e là piante vivaci e ben curate.

La signorina le disse di andare, lo zio l’aspettava, entrasse pure dalla porta a diamanti plastici e con il dito le indicò una porta in fondo alla stanza, dalla quale provenivano riflessi multicolori. Poi prese posto al computer ed iniziò a digitare (pareva avesse una certa fretta).

Isolina si incamminò verso la porta lucente pensando che l’organizzazione della casa di cura era quantomeno incredibile. Per lo zio (e dunque, supponeva, per ogni altro malato) c’era a disposizione un’infermiera personale (non le venne in mente altro termine per identificare la signorina, ma sentiva, sentiva che non era del tutto esatto) ed addirittura un computer sul quale, pensò, si fissavano le fasi della malattia per controllarne l’andamento, l’evoluzione. E poi tutti quei libri, senz’altro specifici sulle malattie dei degenti, che organizzazione…

Nell’allungare il braccio, però, nel tendere la mano ad afferrare la maniglia, la mente tornò all’improvviso indietro al suono delle parole della signorina “porta a diamanti plastici”, come se prima ne avesse inteso soltanto il suono e non il significato… Allora la mano le rimase sospesa, il braccio indurito nel rayon rosa della camicetta.

I diamanti plastici, ben lo ricordava Isolina, erano la fissazione più ostica dello zio, quella su cui si ostinava di più e perdeva più facilmente la calma, diventava pericoloso a detta dei medici, quella per cui partiva con appunti e formule per andare da chimici ed esperti che dopo un po’ non facevano altro che assecondarlo, vuoi per le raccomandazioni del fratello, vuoi per toglierselo di torno.

Stava per girarsi e chiedere, chiedere qualcosa alla signorina, quando questa si girò ed intuita qualche perplessità, le disse:- Sì, sì, è quella la porta a diamanti plastici.

Allora Isolina credette di capire. Era un vecchio trucco di saggezza popolare che evidentemente non era disdegnato neppure dalle moderne teorie psichiatriche. Quando c’era la paura che lo zio, contrariato, s’infuriasse, gli si dava ragione, anzi, lo si preveniva nelle sue affermazioni. Proprio quello che stava facendo la signorina: temeva che la sentisse e badava a non contrariare il malato, evidentemente in un periodo delicato. Egli diceva d’aver realizzato il diamante plastico, un diamante sintetico con le stesse caratteristiche di quello vero, sfido gli esperti ad accorgersene, diceva lo zio, e ora questa signorina, come facevano loro in casa, lo assecondava.

Marina Salucci – Continua

Prima parte: https://limontenews.wordpress.com/2023/02/25/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-prima-parte-2/

Seconda parte: https://limontenews.wordpress.com/2023/03/04/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-seconda-parte-2/

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Pubblicato da limontenews

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