I racconti di Marina Salucci: “Avevo paura”

Ritornano i racconti di Marina Salucci, ecco per la nuova serie un testo molto particolare ma estremamente condivisibile sul tema del perdono dal titolo “Avevo paura”:

Camminava già da un po’ quando si mise a piovere. Un’acquerugiola fine e fitta, che fece crepitare le foglie dei castagni, delle roverelle, dell’alloro. La valle, che prima s’intravedeva fra i rami, sparì nella nebbia. E lentamente nel bosco scese il crepuscolo. Accelerò il passo, pensando che il sentiero le era consueto e ormai era quasi arrivata.

Per terra le foglie bagnate non scricchiolavano più, e tutto si rabbuiava. Pareva che le forme cambiassero. Accelerò ancora un poco, mentre la nebbia s’infittiva e i monti d’intorno erano spariti uno ad uno.

Si ritrovò davanti alla casa disabitata, fatta di pietre nude, silenziosa sotto la pioggia. Seguì la curva del sentiero, e davanti all’ailanto vide una parvenza. Sembrava un profilo umano. Si avvicinò. Le emozioni le si scatenarono dentro. Era la parvenza di chi le aveva fatto del male. Ne guardò la figura, i tratti consueti, e notò espressioni che non gli aveva mai visto. Non c’era più aggressività, né minaccia, né presunzione. Stava sotto all’albero come contrito, con gli occhi bassi. Sentì la pioggia che leggermente aumentava e ogni albero diventava uno strumento diverso. Insieme a quei suoni sentì anche una voce, una voce che articolò due parole. Avevo paura.

Guardò la figura, e le parve che aspettasse un cenno. Quelle due parole le risuonavano nella mente, e richiamavano situazioni e tempi ormai lontani. Ma che erano rimasti dentro. Li vide alla luce di quelle due parole. Avevo paura.

Pensò che la paura rende ciechi, che si insinua da tutte le parti e per placarsi smania. Aggredisce. Capì.

Ora negli occhi della figura che le stava davanti c’era speranza. Attendeva.

Non se ne accorse quasi. Percorse i passi che la separavano dall’ailanto e da chi le era stato familiare un giorno. Aprì le braccia, in un gesto di affetto sincero. Sorrise, mentre alla parvenza si distesero i lineamenti, si disegnò un sorriso. Poi svanì.

Le occorse un po’ di tempo prima di riuscire a placare i battiti del cuore. Dunque espirò e proseguì sul sentiero consueto, con la musica delle foglie.

Attendeva che il bosco scivolasse nella mulattiera, e lasciasse vedere le case del promontorio. Ma la nebbia era fitta, e i punti di riferimento consueti non la potevano aiutare.

Sulle foglie d’alloro le gocce gonfie si incontravano e formavano rivi che cadevano a terra. Si levava l’aroma della pianta.

Sentì che la bellezza le confortava il cuore.

Poi guadò il ruscello, e passò dall’altra riva. Sotto il castagno c’era una figura. Era sfocata dalla nebbia, ma riconobbe subito quelle sembianze familiari. Si trattava di chi l’aveva rifiutata. Sotto la pianta la sua postura era dimessa, la guardava, e anche lei, anche lei attendeva. Non pareva più la stessa persona, e infatti era una parvenza. Pensò a tutte le volte che i suoi occhi l’avevano guardata con riprovazione. Giudicata. E sentì lo stomaco contrarsi. Alzò lo sguardo e li incontrò. Non erano più gli stessi occhi, erano cheti. E anch’essi, anch’essi aspettavano un cenno.

Il vento della sera soffiò forte, gli alberi scrollarono i rami e le foglie. Nell’aria passò l’acqua veloce, insieme alle vibrazioni di due parole. Avevo paura.

Sentì l’essenzialità dei suoni, tutta una vita che vi si riepilogava dentro, una vita che non era riuscita a fare diversamente. Capì.

Avanzò con le braccia tese, mentre la figura si illuminava, e le apriva le braccia a sua volta, in un abbraccio totale, prima di andarsene nella nebbia.

Stette un po’ lì ferma, in silenzio, ad assimilare le emozioni. Poi si rimise in marcia, e i polmoni parevano aprirsi.

Riprese a muoversi, persa nei pensieri, mentre i piedi la portavano avanti, nella radura dei corbezzoli. Cercò con lo sguardo la roccia in mezzo al sentiero, la grande roccia che pareva un trono. Il trono del re del bosco. Pensò di sostarvi un po’. Ma sul trono era seduta una figura. Curva, accasciata, il viso reclinato sul petto.

Era la parvenza di chi era stato complice.

La vide alzare la testa a fatica, e svelarsi il volto. Gli occhi s’incontrarono. Emanavano una consapevolezza mai percepita, e tutto il corpo ne era gravato. Pensò a quanto avrebbe potuto amarla, e a quanto presto aveva gettato la spugna. Il dolore la assalì. Ma poi vide la sofferenza del viso della parvenza, e le parve più grande della sua. Intorno la nebbia saliva in alto, lenta. Per terra c’erano tanti frutti rossi.

Sentì ancora le due parole risuonare nel bosco. Avevo paura.

Allora si avviò verso il sasso, a cingere con affetto la parvenza, a ridarle la libertà. Vide che la schiena curva si rialzava, gli occhi rianimarsi. Fece in tempo a percepirla in tutta la sua umanità, a incontrarne l’anima. Poi svanì.

Oltre i corbezzoli la nebbia s’era dissolta. Pensò che la mulattiera non doveva essere lontana, e oltre si sarebbe svelato il mare. Si sentiva particolarmente leggera.

Riprese a camminare.

Ma un pensiero le arrivò come una freccia.
Pensava a quelli a cui aveva fatto del male, quando aveva paura. E ne sentiva tutto il peso addosso.

Avrebbe voluto dirglielo, chiedere il loro perdono.

Fu così che, nell’ultimo tratto fitto di bosco, poco prima della mulattiera, le andarono incontro le parvenze di coloro a cui aveva voltato il viso. E tutte le sorridevano, parevano danzare leggere.

Le braccia si sfiorarono, si trapassarono. Sentì rivoli d’amore che la carezzavano, e vi si abbandonò.

Poi le figure svanirono, ma dentro il rivolo era rimasto.

Si rimase in cammino. Il bosco, s’intravedeva, stava finendo. E anche la pioggia.

Poi fu il mare, e sopra un cielo di stelle.

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Pubblicato da limontenews

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